sabato 5 maggio 2012

Fallimento Consorzio Unico, l'allarme inascoltato del Procuratore. Così la camorra ha sconfitto la Stato


Un volume di affari pari ad oltre duecento milioni di euro l’anno. Tanto vale il ciclo integrato dei rifiuti in provincia di Caserta. Un tesoro che la camorra si è vista sfuggire parzialmente di mano alla fine del 2008, quando furono sciolti i consorzi tra comuni, enti pubblici che si avvalevano per la raccolta di soci privati, spesso imprenditori collusi come i fratelli Orsi, Gaetano Vassallo e Nicola Ferraro; decine di amministrazioni locali, comprese quelle dell’agroaversano come Casal di Principe e Casapesenna, confluirono nel Cub, acronimo di Consorzio Unico di Bacino delle province di Napoli e Caserta, una mega ente con l’obiettivo di gestire direttamente la raccolta lasciando fuori i privati. Attualmente il Cub, pur essendo in liquidazione da due anni, effettua
Corrado Lembo
l’attività in 57 centri del Casertano, che per il servizio pagano circa 138 milioni di euro annui, dato fornito nel corso di un’audizione tenuta il 13 ottobre 2010 alla commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti dal pm della Procura di Santa Maria Capua Vetere Antonella Cantiello. Il magistrato era arrivato a questo risultato sommando i canoni mensili che ogni Comune versa all’ente; soldi che non entrano nelle casse dei clan e che, secondo i magistrati, i Casalesi rivogliono a tutti i costi. “Gli addetti ai lavori del Cub da noi sentiti – racconta nel corso della stessa audizione il procuratore capo di Santa Maria Corrado Lembo – ci hanno detto che c’è un convitato di pietra che in questo affare sta a guardare alla finestra e aspetta di vedere come vanno le cose”. Quel convitato è chiaramente la camorra: l’allarme lanciato da Lembo, basato su deduzioni logiche ma anche su riscontri oggettivi, è che i clan non restino solo a guardare, ma abbiano lanciato un’offensiva sotterranea verso le istituzioni al fine di costringerle ad abbandonare l’idea di far gestire il ciclo da un unico soggetto pubblico e di riaffidare il servizio ai singoli Comuni e quindi ai privati, facilmente condizionabili. Già oggi in 45 centri di Terra di Lavoro, come il capoluogo Caserta o città come Aversa, Marcianise e Santa Maria Capua Vetere, operano ditte private che guadagnano per il servizio circa 60 milioni di euro annui. Un’offensiva che passa necessariamente per il fallimento del Consorzio e che sembra aver prodotto risultati importanti vista la mancata applicazione della legge del febbraio 2010, la numero 26, che affida a società di proprietà delle Province, in sostituzione proprio del Cub, la gestione dell’intero ciclo integrato: il passaggio infatti è già stato rinviato in due circostanze. L’ultima, il 31 dicembre scorso, a causa delle pessime condizioni finanziarie e organizzative del Consorzio unico, da tempo ormai non più in grado di pagare regolarmente gli stipendi e assicurare i servizi, e del nodo politico relativo agli esuberi.
Ancora Lembo, nel corso di una più recente audizione alla commissione, l'otto giugno del 2011: “C’era la prospettiva di voltare pagina, cioè di passare ad una gestione diversa, provinciale, quindi centralizzata, però questo non si è fatto, è rimasto tutto come prima, in una fase emergenziale infinita, che non cessa mai perché la legge ha stabilito un termine finale che è stato prorogato”. E sulla questione del rapporto tra criminalità organizzata e ciclo integrato dei rifiuti: “Mi sembra di aver fatto nel corso delle precedenti audizioni una funesta profezia – dice - mi ero permesso di osservare che in alcuni Comuni, direi una buona parte, del casertano, accanto al sindaco, come autorità di governo, esiste un’altra autorità – insiste Lembo - una sorta di convitato di pietra occulto, ma ben presente e che tira le fila del discorso affaristico locale. Questo è un dato di fatto. Non lo dimostrano soltanto
le indagini della procura distrettuale antimafia. Vi sono diversi segnali, non tutti apprezzabili dal punto di vista penale, ma che depongono univocamente in questa direzione”. Sul passaggio avvenuto nel 2008 dai 4 consorzi all’unico soggetto, il Cub appunto, Lembo afferma testualmente che si è trattato di “un vero e proprio travestimento di carte perché è mutato l’assetto, ma la sostanza è rimasta inalterata, i problemi sono sempre gli stessi”. Lo dimostra un’inchiesta avviata dalla sua procura nel marzo 2010 sulle gestione del Cub: nel mirino gli incarichi direttivi dati a personaggi già protagonisti nella gestione degli ex disastrati consorzi, le promozioni – circa 700 - e gli straordinari regalati con notevole dispendio di soldi pubblici, i continui sabotaggi ai mezzi per la raccolta che costringono il Cub a rivolgersi a ditte private, episodi dietro cui potrebbe nascondersi la mano della camorra.
Nicola Ferraro
A tal proposito ancora Lembo definisce il Cub un “erede dei consorzi”, “che provvede alla raccolta con mezzi propri, in modo alquanto confuso”, in cui la differenziata è in realtà “un vero e proprio bluff” accertato con apposite indagini dai carabinieri; lamenta “la mancanza di informazioni sull’esatto numero di mezzi per l’attività”, “sulle spese effettuate dal Consorzio”, non essendo stati approvati i bilanci del 2009 e del 2010, nonostante gli obblighi di legge.  Situazioni strettamente connesse sono la costante fuoriuscita dal Cub dei Comuni soci che poi si rivolgono ai privati, erano 70 al primo gennaio 2008 contro i 57 di oggi o il mancato pagamento dei canoni mensili da parte delle amministrazioni consorziate, verso cui il Cub vanta crediti pari a oltre 105 milioni di euro. Situazioni al limite del paradosso visto che le inefficienze lamentate dai Comuni soci dipendono proprio dal mancato pagamento delle loro quote. Emblematico quanto accaduto qualche mese fa a Capodrise: il Comune esce dal Cub, con cui ha debiti per canoni non versati per gli anni 2009-2010-2011 pari ad oltre due milioni di euro e si affida senza alcuna gara pubblica a due privati (Alba Paciello e Di Fuccia) con cui sigla un contratto più oneroso, che prevede una canone mensile tra i 70 e gli 80mila euro a fronte dei 53mila euro dovuti al Cub; dei venti dipendenti del consorzio ne assume inoltre solo 12. Su tali vicende indaga la Procura. “Dietro tutto questo, mi chiedo – dice ancora Lembo – non può esserci qualcosa di diverso da una mera anomalia amministrativa? Non può esserci qualcuno che ha interesse a perpetuare, come già abbiamo visto in passato, una situazione di criticità che si allunga all’infinito con proroghe normative che, ovviamente, non fanno altro che prendere atto di una situazione irresolubile e che alla fine favorirà sempre le stesse persone? Se rimane un sistema emergenziale sempre, è evidente che nell’emergenza si può fare tutto. Non ho bisogno di dirlo a questa Commissione”. In tono provocatorio infine, Lembo si chiede “chi sono i soggetti (privati, ndr) che operano in questo settore? E’ possibile che verranno tutti dalla Germania oppure da altre regioni virtuose d’Italia a fare la raccolta a Casal di Principe, Casapesenna, San Cipriano d’Aversa e così via?”
Lo scenario da emergenza continua trova puntuale riscontro nei fatti: attualmente, mentre Curti e Macerata Campania si avvalgono per la raccolta di una srl pubblica, l’Appia Service, 45 comuni casertani si affidano per tutti i servizi ambientali, dalla raccolta degli rsu a quella dei rifiuti speciali alla selezione dell’immondizia e a tutte le connesse attività di trasporto, a poche aziende private, che operano quasi sempre senza alcuna gara pubblica, in virtù di ordinanze di emergenza poi puntualmente prorogate, o con gare che prevedono affidamenti di pochi mesi alla cui scadenza arriva la solita proroga con provvedimento contingibile e urgente. Situazioni che di fatto aggirano le norme europee e italiane sulla concorrenza e sulla trasparenza e che finiscono, spesso, per favorire le imprese controllate dalla camorra o che godono di amicizie politiche. Chi sono allora i privati? C’è l’Eco Transider della famiglia Ragosta, di recente finita in un’indagine della DDA in quanto secondo i magistrati avrebbe riciclato i soldi del clan Fabbrocino. L’azienda ha contratti per la raccolta e il recupero di rifiuti in gomma, carta, legno, plastica, ingombranti e pneumatici con numerosi Comuni tra cui Casagiove, Gricignano d’Aversa, Santa Maria Capua Vetere, Cellole, Villa di Briano e da ultimo, il 10 aprile scorso, nonostante l’indagine, si è vista aggiudicare in via provvisoria fino al 31 dicembre 2012 il servizio di conferimento per lo stoccaggio dei rifiuti umidi da parte del Comune di Marcianise. La DHI dell’imprenditore Alberto Di Nardi (con sede a Pastorano), ha ottenuto l’affidamento del servizio di raccolta dei rifiuti solidi urbani a Santa Maria Capua Vetere alle fine del 2011 con ordinanza emessa dal sindaco Di Muro, affidamento subito prorogato alla scadenza; l’azienda opera anche a Maddaloni, in questo caso in virtù di una gara, ma di soli quattro mesi poi prorogati. Alla DHI avrebbe fornito più di una consulenza Antonio Scialdone, ex direttore generale del Consorzio unico,
Antonio Scialdone
ancora in organico al Cub, condannato di recente a tre anni e due mesi di carcere per calunnia aggravata, indagato per smaltimento illecito di rifiuti e associazione mafiosa e soprattutto stretto collaboratore di Nicola Ferraro, l’imprenditore dei Casalesi di recente condannato per camorra a 9 anni e quattro mesi di carcere. In grande ascesa la Iavazzi Ambiente dei fratelli Francesco e Raffaele Iavazzi, freschi neo-sponsor della Juve Caserta, titolari dell’Impresud srl e dell’Ecologia Sas con cui in poco meno di due anni hanno ottenuto affidamenti senza gara a San Nicola la Strada (dal 1 giugno 2011 al 30 giugno 2012) e Capua (dal 19 marzo e per quattro mesi); possiedono almeno due impianti per il trattamento dell’umido in cui sversano tra gli altri i Comuni di San Nicola e Caserta in virtù di rapporti contrattuali non originati da alcuna gara. L’Impresud noleggia mezzi per la raccolta allo stesso Consorzio Unico e a decine di enti locali ogni qualvolta i camion hanno problemi meccanici o vengono sabotati. L’azienda ha ricevuto tra l’altro un’interdittiva antimafia revocata dal Tar per presunti contatti con i Belforte di Marcianise, contatti emersi anche in un'inchiesta dei carabinieri del Noe datata 2008. Sembra un po’ in disgrazia invece l’Ecological service, con sede a Boscoreale nel napoletano, che negli ultimi mesi si è vista rescindere i contratti dai Comuni di Santa Maria Capua Vetere e Capua a favore di DHI e Iavazzi Ambiente; in compenso ha ottenuto l’affidamento del servizio a Mondragone (luglio 2011) e di recente in un piccolo centro come Vitulazio, paese d’origine di Antonio Scialdone, la cui sorella è assessore comunale all’ambiente; in prospettiva l’Ecological potrebbe iniziare a lavorare a Piedimonte, avendo vinto la gara espletata dal Comune che, sebbene sia ancora servito dal Cub, ha preferito cautelarsi da eventuali interruzioni del servizio individuando una ditta sostituta per un periodo di due mesi. C’è la Caserta Ambiente che opera nel capoluogo grazie ad un appalto di soli 4 mesi vinto nel lontano giugno 2010 e poi sempre prorogato. L’azienda, di proprietà delle famiglie Roviello di Casagiove e Deodati di Roma raccoglie anche a Marcianise, in virtù di un provvedimento contingibile e urgente e sebbene il Tar avesse censurato proprio tale pratica. Una situazione piuttosto seria vista la presenza in azienda come lavoratori di numerosi affiliati al clan Belforte, come Antonio Zarrillo e Concetta Buonocore. Da giugno a novembre 2011 l’impresa ha inoltre operato con ordinanza anche a Maddaloni. Arriva da Marcianise l’Ecosystem 2000 di Angelo Grillo, ex consigliere comunale indagato di recente per mafia, denunciato inoltre dalla polizia nel gennaio 2011 perché avrebbe sostituito i netturbini che protestavano con dei minorenni, arruolati come autisti dei camion per la raccolta senza avere la patente, come nel film Gomorra. La sua azienda ha ricevuto un’interdittiva antimafia nel 2010 poi annullata dal Tar, e attualmente ha contratti per la raccolta degli rsu a Cervino e Vairano Patenora. Anche le gare pubbliche che applicano la normativa europea non costituiscono però una garanzia assoluta: ad Aversa e Castel Volturno opera la Senesi Spa, il cui manager Rodolfo Briganti è rimasto coinvolto nel 2010 in un'inchiesta per traffico illecito di rifiuti tra varie regioni.       

Antonio Pisani e Marilù Musto    


martedì 10 aprile 2012

La battaglia di Susan, l'Italia nel sangue ma per la legge è solo un fantasma

“Sono nata in Italia, qui ho la mia vita, la mia famiglia, i miei affetti e anche i miei sogni. Mi sento italiana dentro, eppure ogni anno devo sperare nella compassione di un ufficio di polizia per strappare un permesso per motivi umanitari. Perché la legge è così ingiusta?” Susan Darboe, madre nigeriana e padre ghanese, ha ventuno anni; il caso ha voluto che lei e i suoi due fratelli Prince, 20 anni, e Jolly 14, come centinaia di migliaia di ragazzi,
Susan Darboe
nascessero in  Italia da genitori immigrati che, pur vivendo e lavorando da anni nel nostro paese, non sono ancora riusciti a regolarizzare la propria posizione per colpa di una legge, quella sulla cittadinanza, a dir poco inadeguata per un paese civile; una legge che richiede dieci anni di residenza ininterrotta per conquistare lo status di cittadino ma che non tiene conto del fatto che sovente il lavoro regolare necessario per avere la residenza resta un miraggio per gli extracomunitari; basta così un intoppo perché il termine riparta daccapo. Una legge che costringe i figli a seguire il destino dei genitori, come ai tempi delle leggi razziali, quando non si faceva distinzione tra adulti e bambini, e che concede ai nati in Italia come Susan, una piccola finestra di un anno, dai 18 ai 19 anni, per chiedere a nome proprio la cittadinanza ma sempre e solo se nei tre anni precedenti hanno avuto residenza ininterrotta sul suolo italiano. Rispetto a tanti coetanei, Susan ha poi un’ulteriore problema: vive a Castel Volturno, terra di nessuno in cui le mafie casalese e nigeriana convivono e si arricchiscono senza darsi fastidio, spesso servendosi proprio degli immigrati, un territorio che è il principale snodo di tutto il movimento migratorio clandestino del basso mediterraneo, in cui, si calcola, vivono oltre 10mila stranieri irregolari il cui lavoro è indispensabile per l’economia casertana, e in cui le forze dell’ordine, con mezzi scarsi, spesso non fanno differenza tra onesti e delinquenti, e può capitare facilmente che un immigrato finisca coinvolto in un’inchiesta giudiziaria per errore rovinando la vita propria e dei propri figli, come è accaduto alla madre di Susan. La storia di Susan, se è possibile, è ancora più emblematica, in quanto gli stessi genitori non hanno affrontato viaggi della disperazione su barconi stracarichi, ma sono arrivati in Italia in tempi in cui non si parlava di immigrazione clandestina. Onesti lavoratori ma non per questo meritevoli di cittadinanza.“Mia madre atterrò a Napoli nel 1990 – racconta la ragazza – doveva andare a Roma ma conobbe mio padre, che a quel tempo faceva il meccanico di auto, e si innamorarono; si sposarono nel 1991, anno in cui sono nata io. I primi anni vivemmo a Giugliano, quindi ci trasferimmo a Castelvolturno nel 1998; e qui che ho frequentato le elementari, quindi a Mondragone il Liceo Scientifico Galilei; oggi sono iscritta alla Facoltà di Legge della Federico II, vorrei diventare avvocato e dare una mano a quanti sono nella mia situazione. Sempre che riuscirò a restare in Italia”. La vita di Susan è quella di una normale ragazza italiana; “e perché non dovrebbe essere così?” si chiede. “Ma le ragazze italiane non escono con la paura di essere fermate dai carabinieri ed essere condotte in caserma come delle delinquenti!”. La storia sua e della sua famiglia cambia radicalmente a metà degli anni 2000, quando la madre, con regolare permesso di soggiorno, viene arrestata anche in seguito a una denuncia anonima nel corso di un blitz sulla contraffazione; qualche anno dopo si scoprirà che il suo coinvolgimento era frutto di un errore di omonimia ma ormai il danno è fatto. Alla donna viene ritirato il permesso, quasi verso il traguardo dei dieci anni di residenza ininterrotta che avrebbero significato cittadinanza per lei e i figli; Susan, che in quel momento ha 16 anni, e i fratelli, diventano di punto in bianco clandestini. Inutili sono i ricorsi ai tribunali dei minori o al Tar per l’annullamento del provvedimento di ritiro del permesso; capita anche che l’avvocato amministrativista si dilegui con i soldi. “Per fortuna alla segreteria del Liceo non si sono mai accorti che non avevo più i documenti”. La svolta con la maggiore età. “Quando ho compiuto 18 anni ho capito che dovevo fare qualcosa e prendere in mano la mia vita”. Susan non può chiedere la cittadinanza, non avendo i tre anni di residenza ininterrotta, deve sostenere la maturità ma non ha i documenti, ma soprattutto non vuol dire addio all’università. Così chiede aiuto all’ufficio casertano della Cgil che si occupa di immigrazione;  nell’aprile del 2010, grazie all’interessamento della responsabile Emanuela Borrelli, ottiene un permesso di soggiorno per motivi umanitari ma con scadenza annuale, concesso dal questore di Caserta Guido Longo il quale resta molto colpito dalla vicenda della ragazza. Nel frattempo Susan si diploma, si iscrive a Legge e dà tre esami (filosofia del diritto, diritto privato e costituzionale), inizia a lavorare per conto della Cgil a Castelvolturno, come responsabile di zona, è mediatrice culturale e interprete presso il tribunale, fa da testimonial regionale alla campagna “L’Italia sono anch’io” sottoscritta da 23 associazioni proprio per rilanciare il dibattito circa la modifica della normativa sulla cittadinanza. E, come tanti ragazzi della sua età, ha voglia di cambiare le cose, e tanta rabbia, ma non quella tipica degli adolescenti; la sua rabbia nasce dall’esperienza vissuta: “Non voglio che altri ragazzi come me soffrano e abbiano disagi psicologici e materiali. La cittadinanza per i nati in Italia è una questione di civiltà, e credo sia arrivato il momento anche di riconoscere il voto agli immigrati”.

Antonio Pisani e Marilù Musto

giovedì 8 marzo 2012

Caserta Ambiente, le presenze targate Belforte e le accuse del pentito

“I rapporti con il Comune di Caserta erano tenuti da Antonio Della Ventura, Tonino Rondinone e Peppe “Due”  detto La Porchetta”. A parlare è Michele Froncillo, pentito numero uno del clan Belforte di Marcianise: racconta di come
Il pentito Michele Froncillo
la cosca alleata dei Casalesi gestisca il business dei rifiuti nel capoluogo e nelle città limitrofe attraverso imprenditori collusi e rapporti d’affari con gli enti locali. Parla nel corso di un lungo interrogatorio, datato 2007, confluito nell’ordinanza a carico di Nicola Ferraro, ex consigliere regionale Udeur, condannato il 21 febbraio scorso in primo grado a nove anni e quattro mesi di carcere perché ritenuto un imprenditore organico al clan di Casal di Principe. Froncillo fa i nomi dei presunti referenti dei Belforte nella città della Reggia vanvitelliana, personaggi che ancora oggi, a oltre quattro anni da quelle dichiarazioni, risultano inseriti direttamente o tramite familiari nella Caserta Ambiente, l’azienda che gestisce la raccolta nel capoluogo. Non molto, al momento, per parlare di condizionamenti o infiltrazioni mafiose, ma abbastanza per segnalare un concreto rischio o comunque un interesse reale della camorra per l'attività di igiene ambientale. Da premettere che Froncillo è ritenuto affidabile dai magistrati seppur non sempre le sue dichiarazioni reggano alla prova del dibattimento: di recente un soggetto da lui accusato di un duplice omicidio, quello dei coniugi Biagio Letizia e Giovanna Breda, è stato assolto dalla corte
Antonio Della Ventura
di Assise del tribunale di Santa Maria Capua Vetere (gli altri cinque presunti responsabili erano stati assolti con rito abbreviato); ma è un fatto che le sue dichiarazioni abbiano permesso alla DDA di Napoli di arrestare e far condannare numerosi esponenti del clan marcianisano e, in particolare, ai pm Antonello Ardituro e Marco Del Gaudio di far luce, nel 2007, sulla gestione dei parcheggi a Caserta, risultata fortemente infiltrata dai Belforte tramite cooperative come la “Nuova generazione soc. coop. a.r.l.”, gestite da personaggi attivi anche nel settore dei rifiuti, quali Antonio Della Ventura, attualmente detenuto al carcere duro (articolo 41bis) per associazione camorristica e condannato nel novembre 2009 dalla corte d’assise di Napoli all’ergastolo per l’omicidio di Giuseppe Di Micco. Le indicazioni di Froncillo non sono dunque campate in aria. Della Ventura è presente in Caserta Ambiente tramite la moglie Concetta Buonocore, dipendente dell'azienda, anch’essa attualmente in carcere con l’accusa di estorsione aggravata dal metodo mafioso: la donna, 49 anni, il 2 ottobre 2011, è stata arrestata perché ritenuta dalla Dda una referente di primo piano dei Belforte. Non compare tra i lavoratori della società di servizi ambientali suo figlio Fulvio, ex dipendente della Sace, azienda che ha gestito la raccolta fino al 2008, ma solo perché nel passaggio alla Saba (giugno 2008), sostituita nel 2010 da Caserta Ambiente, rimase fuori in quanto detenuto proprio per l’affare dei parcheggi. 
In compenso, tra gli assunti in azienda figura Antonio
Il dipendente Antonio Zarrillo
Zarrillo, arrestato il 30 giugno dell’anno scorso per l’omicidio targato Belforte del ventiduenne Francesco Sagliano avvenuto a Recale nel 2003: Zarrillo, che per l’accusa avrebbe fornito le armi del delitto insieme ad Antonio Della Ventura, è stato scarcerato e subito reintegrato nelle proprie mansioni. Tra i lavoratori con contratto a tempo determinato figura invece Nicola Della Ventura, fratello di Antonio: precario già ai tempi della Sace di Mario Pagano, nell’estate del 2008 non passò alla Saba di Ercolano rendendosi così protagonista di un’aggressione ai danni del coordinatore Giuseppe Zampella che, a suo dire, non avrebbe mantenuto la promessa di farlo assumere nella nuova azienda. Della Ventura lo inseguì fino al cortile della Questura e lì fu arrestato: per quei fatti è stato poi assolto. Tra i dipendenti di Caserta Ambiente vi sono almeno sette parenti di Tonino Rondinone, condannato nel luglio del 2009 a quattro anni e due mesi di reclusione dalla prima sezione penale del tribunale di Santa Maria Capua Vetere per una tentata estorsione commessa per conto dei Belforte alla società Virtual World di Casagiove: c’è tra gli altri il fratello Gianfranco, titolare del bar Boys a Caserta, arrestato per spaccio di cocaina dalla Squadra mobile il 15 dicembre del 2009. 
Giuseppe Zampella
Ma su tutti spicca il nome di Giuseppe Zampella, 60 anni, condannato quattro anni fa per lesioni e rapina dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, coordinatore generale di Caserta Ambiente: è lui il vero "boss" dei rifiuti nella città della Reggia (della cui gestione il blog “dovere di cronaca” ha dato conto in un’inchiesta del 9 febbraio scorso). Al suo fianco in azienda altri dodici parenti, tra cui quel Lucio Zampella tuttora agli arresti domiciliari per il tentato omicidio del nipote Luigi, figlio di Giuseppe, nonchè operatore ecologico. Secondo l’accusa, nell’agosto scorso, Lucio sparò contro il chiosco di panini del parente almeno quattro colpi di pistola. C’è infine una schiera di pregiudicati, con condanne per rapine e reati di spaccio di droga per cui non emergono accertati legami con la camorra ma la cui presenza segnala un forte deficit di legalità in azienda: persone che dovrebbero entrare nella società aggiudicataria del nuovo appalto per il servizio di raccolta il cui bando sarà pubblicato a metà marzo.   

Marilù Musto e Antonio Pisani

martedì 21 febbraio 2012

Rifiuti speciali e cantieri comunali in disuso, così il sogno Policlinico affonda nel degrado

Da opportunità di sviluppo a cattedrale nel deserto: la parabola del Policlinico
Via Deledda, costeggia il cantiere del Policlinico
di Caserta è tutta nell’abbandono dell’area in cui la mega-struttura dovrebbe sorgere, decine di ettari a sud del capoluogo compresi tra le frazioni di Tredici e San Benedetto, già fortemente compromessi dal punto di vista ambientale in quanto confinanti con le discariche di Lo Uttaro ed esposti alla polveri di cava provenienti dai vicini cementifici degli imprenditori Moccia e Caltagirone. Arterie poco note come Via Grazia Deledda, via Learco Guerra, via Negri (traversa di viale Lincoln), via Binda, potrebbero
Via Deledda, il Policlinico sullo sfondo

essere un giorno le vie di accesso al Policlinico;
Via Deledda, rifiuti speciali
ad oggi sono stradine di campagna ridotte a veri e propri sversatoi non autorizzati, in cui è possibile trovare rifiuti urbani e speciali, lasciti di cittadini incivili e imprenditori disonesti, abbandonati sui terreni a fianco agli alberi da frutta, o stipati nei canali di scolo ai margini della carreggiata, ma anche un intero
Via Guerra, rifiuti lungo il perimetro del cantiere
cantiere comunale in disuso, ricordo di quando, appena qualche mese fa, il sindaco Del Gaudio annunciava l’avvio delle opere di urbanizzazione primaria del Pip di San Benedetto, il Piano d’insediamento produttivo voluto a tutti i costi nel 2004 dalla giunta Falco, in cui l’attuale primo cittadino era assessore alle attività produttive. Quelle strade non hanno mai visto la luce, ma in compenso le reti di recinzione, le transenne, i cartelli indicanti l’ente committente, i piccoli
Via Negri, cantiere del piano Pip in disuso
prefabbricati per gli operai sono ancora lì, abbandonati. Ironia della sorte, il direttore dei lavori è il dirigente comunale Carmine Sorbo, che è anche responsabile del settore ecologia del Comune: dovrebbe dunque impedire che si creino situazioni di profondo degrado vigilando sul servizio di raccolta dei rifiuti effettuato dalla società Caserta Ambiente, che per contratto è obbligata a raccogliere l’immondizia anche in periferia, ricorrendo se necessario a sanzioni verso l’azienda o sguinzagliando i suoi ispettori o la polizia municipale.
Via Negri, il pannello del cantiere comunale
Il cantiere Pip e il Policlinico sullo sfondo
L’abbandono dell’area attorno al Policlinico non testimonia solo i disservizi relativi al ciclo dei rifiuti, ma rappresenta soprattutto una spia del destino che potrebbe toccare alla struttura universitaria: una struttura che forse non
Degrado nell'area attorno al Policlinico
vedrà mai la luce perché ubicata in un’area ecologicamente irrecuperabile, non in grado di ospitare alcun presidio a tutela della salute.

Il Policlinico abbandonato, tra rifiuti speciali e cantieri comunali in disuso


Da opportunità di sviluppo a cattedrale nel deserto: la parabola del Policlinico di Caserta è tutta nell’abbandono dell’area in cui la mega-struttura dovrebbe sorgere, decine di ettari a sud del capoluogo compresi tra le frazioni di Tredici e San Benedetto, già fortemente compromessi dal punto di vista ambientale in quanto confinanti con le discariche di Lo Uttaro ed esposti alla polveri di cava provenienti dai vicini cementifici degli imprenditori Moccia e Caltagirone. Arterie poco note come Via Grazia Deledda, via Learco Guerra, via Negri (traversa di viale Lincoln), via Binda, potrebbero essere un giorno le vie di accesso al Policlinico; ad oggi sono stradine di campagna ridotte a veri e propri sversatoi non autorizzati, in cui è possibile trovare rifiuti urbani e speciali, lasciti di cittadini incivili e imprenditori disonesti, abbandonati sui terreni a fianco agli alberi da frutta, o stipati nei canali di scolo ai margini della carreggiata, ma anche un intero cantiere comunale in disuso, ricordo di quando, appena qualche mese fa, il sindaco Del Gaudio annunciava l’avvio delle opere di urbanizzazione primaria del Pip di San Benedetto, il Piano d’insediamento produttivo voluto a tutti i costi nel 2004 dalla giunta Falco, in cui l’attuale primo cittadino era assessore alle attività produttive. Quelle strade non hanno mai visto la luce, ma in compenso le reti di recinzione, le transenne, i cartelli indicanti l’ente committente, i piccoli prefabbricati per gli operai sono ancora lì, abbandonati. Ironia della sorte, il direttore dei lavori è il dirigente comunale Carmine Sorbo, che è anche responsabile del settore ecologia del Comune: dovrebbe dunque impedire che si creino situazioni di profondo degrado vigilando sul servizio di raccolta dei rifiuti effettuato dalla società Caserta Ambiente, che per contratto è obbligata a raccogliere l’immondizia anche in periferia, ricorrendo se necessario a sanzioni verso l’azienda o sguinzagliando i suoi ispettori o la polizia municipale. L’abbandono dell’area attorno al Policlinico non testimonia solo i disservizi relativi al ciclo dei rifiuti, ma rappresenta soprattutto una spia del destino che potrebbe toccare alla struttura universitaria: una struttura che forse non vedrà mai la luce perché ubicata in un’area ecologicamente per ospitare un presidio a tutela della salute.

venerdì 17 febbraio 2012

Casale, telecamere nel parco don Diana nessuna risposta dal commissario

Ancora nessuna risposta dal commissario prefettizio di Casal di Principe Ferdinando Guida alla richiesta avanzata dall’ex sindaco Renato Natale di dotare di un sistema di video-sorveglianza, a spese dei cittadini, il parco dedicato al prete ucciso dalla camorra don Peppe Diana, oggetto di ripetuti atti vandalici negli ultimi mesi. L’ultimo blitz il 20 gennaio scorso quando ignoti 
Il parco giochi dedicato al prete ucciso
hanno sradicato alcune piante dai vasi che si trovavano lungo il perimetro del parco graffiando inoltre il marmo della cappella intitolata al prete ucciso dai Casalesi. Qualche giorno dopo, l’ex sindaco di Casale Natale, responsabile nella cittadina dell’associazione Libera, si recò in comune per protocollare la richiesta di intervento. “Tutto sarà fatto a spese dei privati – ribadisce oggi Natale – non capiamo questo ritardo del commissario prefettizio che deve solo darci un’autorizzazione. Tra l’altro lo stesso prefetto di Caserta Pagano ha detto che l’intervento è fattibile. La città e i cittadini onesti vogliono fortemente che il parco dedicato a don Diana sia tutelato quotidianamente, anche per mandare un segnale forte alla camorra che sa bene – conclude natale – quanto quel luogo sia un simbolo di legalità”.  

venerdì 10 febbraio 2012

In cella il sindaco vicino a Zagaria, il pentito: era un pupazzo nelle mani del boss

L’arresto del sindaco di Casapesenna, Fortunato Zagaria (solo omonimo del boss Michele), accusato di violenza privata, arriva in maniera quasi scontata.
Il sindaco Fortunato Zagaria
La vicenda che lo vide coinvolto è quella del primo ottobre 2008, quando, stando alle indagini, avvicinò l’allora sindaco Giovanni Zara, eletto pochi mesi prima, nei pressi del campo sportivo del paese della provincia di Caserta in cui il boss è nato ed è stato stanato (il 7 dicembre scorso), per dirgli che non doveva più esprimere dichiarazioni su propositi di cattura di Michele Zagaria e Antonio Iovine, le due primule rosse del clan dei Casalesi all’epoca latitanti; cosa che Zara aveva fatto con un comunicato stampa emesso qualche giorno prima. Fortunato Zagaria, che pure nella tornata elettorale aveva appoggiato Zara, spiegò al giovane sindaco che quel territorio aveva già avuto esponenti politici che avevano fatto carriera con l’Antimafia – riferendosi probabilmente all’ex senatore Lorenzo Diana – e che se non voleva fare la fine di Tonino Cangiano - l’assessore di Casapesenna gambizzato dalla camorra nel 1988 e morto nell'ottobre del 2009 dopo oltre vent’anni passati sulla sedia a rotelle - doveva moderare i termini. Quel messaggio, aggiunse, gli era stato riferito
L'ex sindaco Giovanni Zara
da un emissario del boss Michele Zagaria. Tutto ciò compare nella denuncia presentata dallo stesso Zara alla Direzione investigativa antimafia. Fatti che ebbero puntuali riscontri qualche mese dopo, a gennaio del 2009, quando il sindaco propose un finanziamento di due milioni di euro per il riutilizzo del bene del capozona Vincenzo Zagaria: alcuni consiglieri della sua maggioranza si misero di traverso; addirittura uno di loro, in consiglio, si alzò e disse: “Bisogna dirlo prima ai familiari di Zagaria”. Zara  non chiese il permesso a nessuno e firmò comunque il protocollo, decretando in pratica la fine della sua amministrazione. Qualche giorno dopo infatti, il 10 febbraio, venne costretto a lasciare l’incarico in seguito alle dimissioni di massa di 11 consiglieri della sua maggioranza, compreso Fortunato Zagaria. Su un sito web in cui si parlava della notizia, un anonimo che si firmava Al Pacino scrisse a Zara: “Ti avevo detto che avevi i giorni contati”. Il giovane sindaco aveva anche ricevuto una lettera da Nuoro con all’interno le foto di Michele Zagaria e Antonio Iovine.
Sui rapporti tra Fortunato Zagaria, già sindaco di Casapesenna  verso la metà
L'arresto del boss Michele Zagaria
degli anni duemila, e il boss omonimo, si è soffermato il 29 novembre scorso Roberto Vargas, ex esponente di primo piano dei Casalesi accusato di triplice omicidio e oggi collaboratore di giustizia; nel corso dell’interrogatorio tenuto davanti ai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia che indagavano sulle presunte pressioni del primo cittadino di Casapesenna verso l’ex sindaco Giovanni Zara, Vargas affermò che “il sindaco Fortunato Zagaria era sotto il controllo di Michele Zagaria. Il sindaco era stato indicato direttamente da Michele Zagaria, ovvero era stato messo a fare il primo cittadino proprio da Michele, il quale lo gestiva allo stesso modo di un pupazzo”. “Mi viene chiesto – continuò Vargas - in che modo Michele Zagaria ha agevolato il sindaco ed io le rispondo che lo ha fatto votare da tutti i suoi paesani sfruttando il suo potere camorristico. I Zagaria avevano a loro disposizione sia i politici del Comune che i tecnici comunali – ha continuato Vargas -  la stessa cosa avveniva a San Cipriano con Iovine, ed in altri comuni come Casaluce, Villa di Briano e Frignano, pure gestiti da Antonio Iovine".

Marilù Musto e Antonio Pisani