martedì 10 aprile 2012

La battaglia di Susan, l'Italia nel sangue ma per la legge è solo un fantasma

“Sono nata in Italia, qui ho la mia vita, la mia famiglia, i miei affetti e anche i miei sogni. Mi sento italiana dentro, eppure ogni anno devo sperare nella compassione di un ufficio di polizia per strappare un permesso per motivi umanitari. Perché la legge è così ingiusta?” Susan Darboe, madre nigeriana e padre ghanese, ha ventuno anni; il caso ha voluto che lei e i suoi due fratelli Prince, 20 anni, e Jolly 14, come centinaia di migliaia di ragazzi,
Susan Darboe
nascessero in  Italia da genitori immigrati che, pur vivendo e lavorando da anni nel nostro paese, non sono ancora riusciti a regolarizzare la propria posizione per colpa di una legge, quella sulla cittadinanza, a dir poco inadeguata per un paese civile; una legge che richiede dieci anni di residenza ininterrotta per conquistare lo status di cittadino ma che non tiene conto del fatto che sovente il lavoro regolare necessario per avere la residenza resta un miraggio per gli extracomunitari; basta così un intoppo perché il termine riparta daccapo. Una legge che costringe i figli a seguire il destino dei genitori, come ai tempi delle leggi razziali, quando non si faceva distinzione tra adulti e bambini, e che concede ai nati in Italia come Susan, una piccola finestra di un anno, dai 18 ai 19 anni, per chiedere a nome proprio la cittadinanza ma sempre e solo se nei tre anni precedenti hanno avuto residenza ininterrotta sul suolo italiano. Rispetto a tanti coetanei, Susan ha poi un’ulteriore problema: vive a Castel Volturno, terra di nessuno in cui le mafie casalese e nigeriana convivono e si arricchiscono senza darsi fastidio, spesso servendosi proprio degli immigrati, un territorio che è il principale snodo di tutto il movimento migratorio clandestino del basso mediterraneo, in cui, si calcola, vivono oltre 10mila stranieri irregolari il cui lavoro è indispensabile per l’economia casertana, e in cui le forze dell’ordine, con mezzi scarsi, spesso non fanno differenza tra onesti e delinquenti, e può capitare facilmente che un immigrato finisca coinvolto in un’inchiesta giudiziaria per errore rovinando la vita propria e dei propri figli, come è accaduto alla madre di Susan. La storia di Susan, se è possibile, è ancora più emblematica, in quanto gli stessi genitori non hanno affrontato viaggi della disperazione su barconi stracarichi, ma sono arrivati in Italia in tempi in cui non si parlava di immigrazione clandestina. Onesti lavoratori ma non per questo meritevoli di cittadinanza.“Mia madre atterrò a Napoli nel 1990 – racconta la ragazza – doveva andare a Roma ma conobbe mio padre, che a quel tempo faceva il meccanico di auto, e si innamorarono; si sposarono nel 1991, anno in cui sono nata io. I primi anni vivemmo a Giugliano, quindi ci trasferimmo a Castelvolturno nel 1998; e qui che ho frequentato le elementari, quindi a Mondragone il Liceo Scientifico Galilei; oggi sono iscritta alla Facoltà di Legge della Federico II, vorrei diventare avvocato e dare una mano a quanti sono nella mia situazione. Sempre che riuscirò a restare in Italia”. La vita di Susan è quella di una normale ragazza italiana; “e perché non dovrebbe essere così?” si chiede. “Ma le ragazze italiane non escono con la paura di essere fermate dai carabinieri ed essere condotte in caserma come delle delinquenti!”. La storia sua e della sua famiglia cambia radicalmente a metà degli anni 2000, quando la madre, con regolare permesso di soggiorno, viene arrestata anche in seguito a una denuncia anonima nel corso di un blitz sulla contraffazione; qualche anno dopo si scoprirà che il suo coinvolgimento era frutto di un errore di omonimia ma ormai il danno è fatto. Alla donna viene ritirato il permesso, quasi verso il traguardo dei dieci anni di residenza ininterrotta che avrebbero significato cittadinanza per lei e i figli; Susan, che in quel momento ha 16 anni, e i fratelli, diventano di punto in bianco clandestini. Inutili sono i ricorsi ai tribunali dei minori o al Tar per l’annullamento del provvedimento di ritiro del permesso; capita anche che l’avvocato amministrativista si dilegui con i soldi. “Per fortuna alla segreteria del Liceo non si sono mai accorti che non avevo più i documenti”. La svolta con la maggiore età. “Quando ho compiuto 18 anni ho capito che dovevo fare qualcosa e prendere in mano la mia vita”. Susan non può chiedere la cittadinanza, non avendo i tre anni di residenza ininterrotta, deve sostenere la maturità ma non ha i documenti, ma soprattutto non vuol dire addio all’università. Così chiede aiuto all’ufficio casertano della Cgil che si occupa di immigrazione;  nell’aprile del 2010, grazie all’interessamento della responsabile Emanuela Borrelli, ottiene un permesso di soggiorno per motivi umanitari ma con scadenza annuale, concesso dal questore di Caserta Guido Longo il quale resta molto colpito dalla vicenda della ragazza. Nel frattempo Susan si diploma, si iscrive a Legge e dà tre esami (filosofia del diritto, diritto privato e costituzionale), inizia a lavorare per conto della Cgil a Castelvolturno, come responsabile di zona, è mediatrice culturale e interprete presso il tribunale, fa da testimonial regionale alla campagna “L’Italia sono anch’io” sottoscritta da 23 associazioni proprio per rilanciare il dibattito circa la modifica della normativa sulla cittadinanza. E, come tanti ragazzi della sua età, ha voglia di cambiare le cose, e tanta rabbia, ma non quella tipica degli adolescenti; la sua rabbia nasce dall’esperienza vissuta: “Non voglio che altri ragazzi come me soffrano e abbiano disagi psicologici e materiali. La cittadinanza per i nati in Italia è una questione di civiltà, e credo sia arrivato il momento anche di riconoscere il voto agli immigrati”.

Antonio Pisani e Marilù Musto

giovedì 8 marzo 2012

Caserta Ambiente, le presenze targate Belforte e le accuse del pentito

“I rapporti con il Comune di Caserta erano tenuti da Antonio Della Ventura, Tonino Rondinone e Peppe “Due”  detto La Porchetta”. A parlare è Michele Froncillo, pentito numero uno del clan Belforte di Marcianise: racconta di come
Il pentito Michele Froncillo
la cosca alleata dei Casalesi gestisca il business dei rifiuti nel capoluogo e nelle città limitrofe attraverso imprenditori collusi e rapporti d’affari con gli enti locali. Parla nel corso di un lungo interrogatorio, datato 2007, confluito nell’ordinanza a carico di Nicola Ferraro, ex consigliere regionale Udeur, condannato il 21 febbraio scorso in primo grado a nove anni e quattro mesi di carcere perché ritenuto un imprenditore organico al clan di Casal di Principe. Froncillo fa i nomi dei presunti referenti dei Belforte nella città della Reggia vanvitelliana, personaggi che ancora oggi, a oltre quattro anni da quelle dichiarazioni, risultano inseriti direttamente o tramite familiari nella Caserta Ambiente, l’azienda che gestisce la raccolta nel capoluogo. Non molto, al momento, per parlare di condizionamenti o infiltrazioni mafiose, ma abbastanza per segnalare un concreto rischio o comunque un interesse reale della camorra per l'attività di igiene ambientale. Da premettere che Froncillo è ritenuto affidabile dai magistrati seppur non sempre le sue dichiarazioni reggano alla prova del dibattimento: di recente un soggetto da lui accusato di un duplice omicidio, quello dei coniugi Biagio Letizia e Giovanna Breda, è stato assolto dalla corte
Antonio Della Ventura
di Assise del tribunale di Santa Maria Capua Vetere (gli altri cinque presunti responsabili erano stati assolti con rito abbreviato); ma è un fatto che le sue dichiarazioni abbiano permesso alla DDA di Napoli di arrestare e far condannare numerosi esponenti del clan marcianisano e, in particolare, ai pm Antonello Ardituro e Marco Del Gaudio di far luce, nel 2007, sulla gestione dei parcheggi a Caserta, risultata fortemente infiltrata dai Belforte tramite cooperative come la “Nuova generazione soc. coop. a.r.l.”, gestite da personaggi attivi anche nel settore dei rifiuti, quali Antonio Della Ventura, attualmente detenuto al carcere duro (articolo 41bis) per associazione camorristica e condannato nel novembre 2009 dalla corte d’assise di Napoli all’ergastolo per l’omicidio di Giuseppe Di Micco. Le indicazioni di Froncillo non sono dunque campate in aria. Della Ventura è presente in Caserta Ambiente tramite la moglie Concetta Buonocore, dipendente dell'azienda, anch’essa attualmente in carcere con l’accusa di estorsione aggravata dal metodo mafioso: la donna, 49 anni, il 2 ottobre 2011, è stata arrestata perché ritenuta dalla Dda una referente di primo piano dei Belforte. Non compare tra i lavoratori della società di servizi ambientali suo figlio Fulvio, ex dipendente della Sace, azienda che ha gestito la raccolta fino al 2008, ma solo perché nel passaggio alla Saba (giugno 2008), sostituita nel 2010 da Caserta Ambiente, rimase fuori in quanto detenuto proprio per l’affare dei parcheggi. 
In compenso, tra gli assunti in azienda figura Antonio
Il dipendente Antonio Zarrillo
Zarrillo, arrestato il 30 giugno dell’anno scorso per l’omicidio targato Belforte del ventiduenne Francesco Sagliano avvenuto a Recale nel 2003: Zarrillo, che per l’accusa avrebbe fornito le armi del delitto insieme ad Antonio Della Ventura, è stato scarcerato e subito reintegrato nelle proprie mansioni. Tra i lavoratori con contratto a tempo determinato figura invece Nicola Della Ventura, fratello di Antonio: precario già ai tempi della Sace di Mario Pagano, nell’estate del 2008 non passò alla Saba di Ercolano rendendosi così protagonista di un’aggressione ai danni del coordinatore Giuseppe Zampella che, a suo dire, non avrebbe mantenuto la promessa di farlo assumere nella nuova azienda. Della Ventura lo inseguì fino al cortile della Questura e lì fu arrestato: per quei fatti è stato poi assolto. Tra i dipendenti di Caserta Ambiente vi sono almeno sette parenti di Tonino Rondinone, condannato nel luglio del 2009 a quattro anni e due mesi di reclusione dalla prima sezione penale del tribunale di Santa Maria Capua Vetere per una tentata estorsione commessa per conto dei Belforte alla società Virtual World di Casagiove: c’è tra gli altri il fratello Gianfranco, titolare del bar Boys a Caserta, arrestato per spaccio di cocaina dalla Squadra mobile il 15 dicembre del 2009. 
Giuseppe Zampella
Ma su tutti spicca il nome di Giuseppe Zampella, 60 anni, condannato quattro anni fa per lesioni e rapina dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, coordinatore generale di Caserta Ambiente: è lui il vero "boss" dei rifiuti nella città della Reggia (della cui gestione il blog “dovere di cronaca” ha dato conto in un’inchiesta del 9 febbraio scorso). Al suo fianco in azienda altri dodici parenti, tra cui quel Lucio Zampella tuttora agli arresti domiciliari per il tentato omicidio del nipote Luigi, figlio di Giuseppe, nonchè operatore ecologico. Secondo l’accusa, nell’agosto scorso, Lucio sparò contro il chiosco di panini del parente almeno quattro colpi di pistola. C’è infine una schiera di pregiudicati, con condanne per rapine e reati di spaccio di droga per cui non emergono accertati legami con la camorra ma la cui presenza segnala un forte deficit di legalità in azienda: persone che dovrebbero entrare nella società aggiudicataria del nuovo appalto per il servizio di raccolta il cui bando sarà pubblicato a metà marzo.   

Marilù Musto e Antonio Pisani

martedì 21 febbraio 2012

Rifiuti speciali e cantieri comunali in disuso, così il sogno Policlinico affonda nel degrado

Da opportunità di sviluppo a cattedrale nel deserto: la parabola del Policlinico
Via Deledda, costeggia il cantiere del Policlinico
di Caserta è tutta nell’abbandono dell’area in cui la mega-struttura dovrebbe sorgere, decine di ettari a sud del capoluogo compresi tra le frazioni di Tredici e San Benedetto, già fortemente compromessi dal punto di vista ambientale in quanto confinanti con le discariche di Lo Uttaro ed esposti alla polveri di cava provenienti dai vicini cementifici degli imprenditori Moccia e Caltagirone. Arterie poco note come Via Grazia Deledda, via Learco Guerra, via Negri (traversa di viale Lincoln), via Binda, potrebbero
Via Deledda, il Policlinico sullo sfondo

essere un giorno le vie di accesso al Policlinico;
Via Deledda, rifiuti speciali
ad oggi sono stradine di campagna ridotte a veri e propri sversatoi non autorizzati, in cui è possibile trovare rifiuti urbani e speciali, lasciti di cittadini incivili e imprenditori disonesti, abbandonati sui terreni a fianco agli alberi da frutta, o stipati nei canali di scolo ai margini della carreggiata, ma anche un intero
Via Guerra, rifiuti lungo il perimetro del cantiere
cantiere comunale in disuso, ricordo di quando, appena qualche mese fa, il sindaco Del Gaudio annunciava l’avvio delle opere di urbanizzazione primaria del Pip di San Benedetto, il Piano d’insediamento produttivo voluto a tutti i costi nel 2004 dalla giunta Falco, in cui l’attuale primo cittadino era assessore alle attività produttive. Quelle strade non hanno mai visto la luce, ma in compenso le reti di recinzione, le transenne, i cartelli indicanti l’ente committente, i piccoli
Via Negri, cantiere del piano Pip in disuso
prefabbricati per gli operai sono ancora lì, abbandonati. Ironia della sorte, il direttore dei lavori è il dirigente comunale Carmine Sorbo, che è anche responsabile del settore ecologia del Comune: dovrebbe dunque impedire che si creino situazioni di profondo degrado vigilando sul servizio di raccolta dei rifiuti effettuato dalla società Caserta Ambiente, che per contratto è obbligata a raccogliere l’immondizia anche in periferia, ricorrendo se necessario a sanzioni verso l’azienda o sguinzagliando i suoi ispettori o la polizia municipale.
Via Negri, il pannello del cantiere comunale
Il cantiere Pip e il Policlinico sullo sfondo
L’abbandono dell’area attorno al Policlinico non testimonia solo i disservizi relativi al ciclo dei rifiuti, ma rappresenta soprattutto una spia del destino che potrebbe toccare alla struttura universitaria: una struttura che forse non
Degrado nell'area attorno al Policlinico
vedrà mai la luce perché ubicata in un’area ecologicamente irrecuperabile, non in grado di ospitare alcun presidio a tutela della salute.

Il Policlinico abbandonato, tra rifiuti speciali e cantieri comunali in disuso


Da opportunità di sviluppo a cattedrale nel deserto: la parabola del Policlinico di Caserta è tutta nell’abbandono dell’area in cui la mega-struttura dovrebbe sorgere, decine di ettari a sud del capoluogo compresi tra le frazioni di Tredici e San Benedetto, già fortemente compromessi dal punto di vista ambientale in quanto confinanti con le discariche di Lo Uttaro ed esposti alla polveri di cava provenienti dai vicini cementifici degli imprenditori Moccia e Caltagirone. Arterie poco note come Via Grazia Deledda, via Learco Guerra, via Negri (traversa di viale Lincoln), via Binda, potrebbero essere un giorno le vie di accesso al Policlinico; ad oggi sono stradine di campagna ridotte a veri e propri sversatoi non autorizzati, in cui è possibile trovare rifiuti urbani e speciali, lasciti di cittadini incivili e imprenditori disonesti, abbandonati sui terreni a fianco agli alberi da frutta, o stipati nei canali di scolo ai margini della carreggiata, ma anche un intero cantiere comunale in disuso, ricordo di quando, appena qualche mese fa, il sindaco Del Gaudio annunciava l’avvio delle opere di urbanizzazione primaria del Pip di San Benedetto, il Piano d’insediamento produttivo voluto a tutti i costi nel 2004 dalla giunta Falco, in cui l’attuale primo cittadino era assessore alle attività produttive. Quelle strade non hanno mai visto la luce, ma in compenso le reti di recinzione, le transenne, i cartelli indicanti l’ente committente, i piccoli prefabbricati per gli operai sono ancora lì, abbandonati. Ironia della sorte, il direttore dei lavori è il dirigente comunale Carmine Sorbo, che è anche responsabile del settore ecologia del Comune: dovrebbe dunque impedire che si creino situazioni di profondo degrado vigilando sul servizio di raccolta dei rifiuti effettuato dalla società Caserta Ambiente, che per contratto è obbligata a raccogliere l’immondizia anche in periferia, ricorrendo se necessario a sanzioni verso l’azienda o sguinzagliando i suoi ispettori o la polizia municipale. L’abbandono dell’area attorno al Policlinico non testimonia solo i disservizi relativi al ciclo dei rifiuti, ma rappresenta soprattutto una spia del destino che potrebbe toccare alla struttura universitaria: una struttura che forse non vedrà mai la luce perché ubicata in un’area ecologicamente per ospitare un presidio a tutela della salute.

venerdì 17 febbraio 2012

Casale, telecamere nel parco don Diana nessuna risposta dal commissario

Ancora nessuna risposta dal commissario prefettizio di Casal di Principe Ferdinando Guida alla richiesta avanzata dall’ex sindaco Renato Natale di dotare di un sistema di video-sorveglianza, a spese dei cittadini, il parco dedicato al prete ucciso dalla camorra don Peppe Diana, oggetto di ripetuti atti vandalici negli ultimi mesi. L’ultimo blitz il 20 gennaio scorso quando ignoti 
Il parco giochi dedicato al prete ucciso
hanno sradicato alcune piante dai vasi che si trovavano lungo il perimetro del parco graffiando inoltre il marmo della cappella intitolata al prete ucciso dai Casalesi. Qualche giorno dopo, l’ex sindaco di Casale Natale, responsabile nella cittadina dell’associazione Libera, si recò in comune per protocollare la richiesta di intervento. “Tutto sarà fatto a spese dei privati – ribadisce oggi Natale – non capiamo questo ritardo del commissario prefettizio che deve solo darci un’autorizzazione. Tra l’altro lo stesso prefetto di Caserta Pagano ha detto che l’intervento è fattibile. La città e i cittadini onesti vogliono fortemente che il parco dedicato a don Diana sia tutelato quotidianamente, anche per mandare un segnale forte alla camorra che sa bene – conclude natale – quanto quel luogo sia un simbolo di legalità”.  

venerdì 10 febbraio 2012

In cella il sindaco vicino a Zagaria, il pentito: era un pupazzo nelle mani del boss

L’arresto del sindaco di Casapesenna, Fortunato Zagaria (solo omonimo del boss Michele), accusato di violenza privata, arriva in maniera quasi scontata.
Il sindaco Fortunato Zagaria
La vicenda che lo vide coinvolto è quella del primo ottobre 2008, quando, stando alle indagini, avvicinò l’allora sindaco Giovanni Zara, eletto pochi mesi prima, nei pressi del campo sportivo del paese della provincia di Caserta in cui il boss è nato ed è stato stanato (il 7 dicembre scorso), per dirgli che non doveva più esprimere dichiarazioni su propositi di cattura di Michele Zagaria e Antonio Iovine, le due primule rosse del clan dei Casalesi all’epoca latitanti; cosa che Zara aveva fatto con un comunicato stampa emesso qualche giorno prima. Fortunato Zagaria, che pure nella tornata elettorale aveva appoggiato Zara, spiegò al giovane sindaco che quel territorio aveva già avuto esponenti politici che avevano fatto carriera con l’Antimafia – riferendosi probabilmente all’ex senatore Lorenzo Diana – e che se non voleva fare la fine di Tonino Cangiano - l’assessore di Casapesenna gambizzato dalla camorra nel 1988 e morto nell'ottobre del 2009 dopo oltre vent’anni passati sulla sedia a rotelle - doveva moderare i termini. Quel messaggio, aggiunse, gli era stato riferito
L'ex sindaco Giovanni Zara
da un emissario del boss Michele Zagaria. Tutto ciò compare nella denuncia presentata dallo stesso Zara alla Direzione investigativa antimafia. Fatti che ebbero puntuali riscontri qualche mese dopo, a gennaio del 2009, quando il sindaco propose un finanziamento di due milioni di euro per il riutilizzo del bene del capozona Vincenzo Zagaria: alcuni consiglieri della sua maggioranza si misero di traverso; addirittura uno di loro, in consiglio, si alzò e disse: “Bisogna dirlo prima ai familiari di Zagaria”. Zara  non chiese il permesso a nessuno e firmò comunque il protocollo, decretando in pratica la fine della sua amministrazione. Qualche giorno dopo infatti, il 10 febbraio, venne costretto a lasciare l’incarico in seguito alle dimissioni di massa di 11 consiglieri della sua maggioranza, compreso Fortunato Zagaria. Su un sito web in cui si parlava della notizia, un anonimo che si firmava Al Pacino scrisse a Zara: “Ti avevo detto che avevi i giorni contati”. Il giovane sindaco aveva anche ricevuto una lettera da Nuoro con all’interno le foto di Michele Zagaria e Antonio Iovine.
Sui rapporti tra Fortunato Zagaria, già sindaco di Casapesenna  verso la metà
L'arresto del boss Michele Zagaria
degli anni duemila, e il boss omonimo, si è soffermato il 29 novembre scorso Roberto Vargas, ex esponente di primo piano dei Casalesi accusato di triplice omicidio e oggi collaboratore di giustizia; nel corso dell’interrogatorio tenuto davanti ai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia che indagavano sulle presunte pressioni del primo cittadino di Casapesenna verso l’ex sindaco Giovanni Zara, Vargas affermò che “il sindaco Fortunato Zagaria era sotto il controllo di Michele Zagaria. Il sindaco era stato indicato direttamente da Michele Zagaria, ovvero era stato messo a fare il primo cittadino proprio da Michele, il quale lo gestiva allo stesso modo di un pupazzo”. “Mi viene chiesto – continuò Vargas - in che modo Michele Zagaria ha agevolato il sindaco ed io le rispondo che lo ha fatto votare da tutti i suoi paesani sfruttando il suo potere camorristico. I Zagaria avevano a loro disposizione sia i politici del Comune che i tecnici comunali – ha continuato Vargas -  la stessa cosa avveniva a San Cipriano con Iovine, ed in altri comuni come Casaluce, Villa di Briano e Frignano, pure gestiti da Antonio Iovine".

Marilù Musto e Antonio Pisani

giovedì 9 febbraio 2012

Caserta Ambiente, il potere del coordinatore Zampella tra assunzioni clientelari e servizi negati alla cittadinanza

Più che un’azienda di servizi ecologici per la cittadinanza, Caserta Ambiente sembra un’agenzia di collocamento al servizio di pochi gruppi familiari. Di 180 dipendenti, quaranta provengono da almeno cinque famiglie del capoluogo, alcune delle quali vantano accertati collegamenti con la camorra marcianisana, è il caso dei Rondinone (sette assunti), già proprietari di bar e ristoranti, e dei Benenati (10 assunti). Ma la parte del leone la fanno i familiari del “coordinatore generale operativo” dell’azienda Giuseppe Zampella: in organico tredici suoi congiunti, tra mogli, figli di primo e secondo letto, nuore, fratelli e nipoti, collocati nei ruoli chiave della società pur in mancanza dei necessari titoli di studio e di una pur minima competenza nel settore ambientale. La famiglia Zampella è titolare tra l’altro di alcuni chioschi per la vendita di panini tanto che ancora oggi il coordinatore è noto con il soprannome di “Peppe la porchetta”: per lui e i suoi parenti l’incarico in Caserta Ambiente rappresenta dunque un secondo lavoro, retribuito lautamente con stipendi dai duemila euro a salire, un miraggio per molti giovani casertani. Zampella ha salario e benefit da manager, quasi 5200
Una rara foto di Giuseppe Zampella
euro netti al mese, di cui 3300 euro di paga base, e accessori come indennità di trasferta da 1200 euro e rimborsi di mille euro per spese varie, tre Panda e altrettanti cellulari aziendali per sé e la propria famiglia, un codazzo di dipendenti addetti costantemente alla propria persona, ovvero un assistente coordinatore, un autista e un altro collaboratore per incarichi vari; un potere da autentico boss nel settore dei rifiuti costruito negli anni attraverso le assunzioni di parenti e amici, iniziate ai tempi in cui il servizio di raccolta era gestito dalla Sace di Mario Pagano, proseguite con la Saba di Ercolano e, dal giugno 2010, con Caserta Ambiente; in particolare negli ultimi diciotto mesi ha consolidato il suo status di reale capo dell’azienda imponendo e ottenendo dalle famiglie Roviello e Deodati, proprietarie delle quote societarie, l’assunzione di circa quindici persone a lui vicine in sostituzione dei dipendenti deceduti o andati in pensione, tra cui una delle tante nuore e il figlio del suo autista. Una gestione personalistica pagata a caro prezzo dalla cittadinanza: nel suo ruolo di organizzatore operativo delle attività aziendali infatti, Zampella, al fine di mantenere inalterate le sacche di privilegio per sé, i suoi familiari e gli amici, ha negli ultimi anni ridimensionato molti servizi previsti dal capitolato d’appalto, come lo spazzamento o il lavaggio delle strade e dei cassonetti, la pulitura delle caditoie e dei tombini, il ritiro dei rifiuti nelle periferie, dismettendone completamente altri, è il caso della raccolta domiciliare degli ingombranti, del ritiro di pile, batterie; dalla strade sono via via scomparsi i contenitori gialli per la raccolta degli indumenti mentre le campane per le bottiglie di vetro sono ormai rarissime nonostante per contratto dovrebbero essere un centinaio, così come in centro sono introvabili i cestini e nei condomini scarseggiano i cassonetti. Stesso discorso per la differenziata: nel 2011, da dati ancora non definitivi, la raccolta dovrebbe attestarsi intorno al 20%, meno della metà della soglia del 50% prevista dalla legge per avere uno sconto sulla Tarsu, risultato lontanissimo da quello raggiunto nel 2010 (il 47%). Un crollo che costerà ai cittadini un nuovo probabile aumento della tassa sui rifiuti, già tra le più alte d’Italia, non giustificato dalla mancanza di discariche, ancora più incomprensibile visti gli 80 operatori ecologici in organico: il sospetto, più che fondato, è che molti dipendenti di Caserta Ambiente, specie parenti e amici di Zampella, non si diano molto da fare nel selezionare i rifiuti già differenziati dai cittadini o peggio, restino a casa invece di lavorare o si dedichino ad altre attività, quale quella di venditori ambulanti.
Uno dei chioschi della famiglia Zampella
Mancano in azienda badge e altri sistemi di rilevazione automatica delle presenze; dal canto suo, il dirigente del Comune Carmine Sorbo, nel corso dell’audizione resa l’otto giugno scorso ai parlamentari della commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, se l’è presa con i residenti dei rioni popolari incapaci, a suo dire, di effettuare la differenziata, tacendo sulla circostanza che quasi la metà dei lavoratori di Caserta Ambiente proviene proprio da quei quartieri. Nessun accenno al risibile dato della differenziata presso ristoratori e bar, di poco sopra lo zero, quasi un’attività di raccolta parallela gestita da Zampella e dai suoi collaboratori più fedeli e su cui gli ispettori comunali coordinati da Sorbo e la polizia municipale chiudono più di un occhio, nè ai continui blocchi selvaggi della raccolta che comportano l’accumulo di sacchetti e lo stop alla differenziata, imposti dallo stesso coordinatore ogni qualvolta si verificano ritardi nel pagamento degli stipendi: attraverso familiari e amici, Zampella è in grado infatti di controllare quasi la metà dei 180 lavoratori e di utilizzarli spesso come arma di ricatto verso i proprietari o il Comune, come è accaduto ad inizio gennaio quando la raccolta è rimasta ferma per due settimane. Situazioni che si ripetono con regolarità nel silenzio degli schieramenti politici cittadini, sia di destra che di sinistra, per cui il “piccolo esercito” controllato dal coordinatore generale rappresenta un fondamentale  bacino di voti, risultato decisivo tra l’altro nel 2011 per la vittoria alle amministrative del Pdl in cui militava Vincenzo Ferraro, responsabile del personale di Caserta Ambiente, divenuto vice dell’attuale sindaco Pio Del Gaudio. L’ascesa politica di Ferraro ha reso inattaccabile Zampella, che ha continuato a gestire con autorità ogni aspetto della vita aziendale, provocando solo in rari casi la reazione della proprietà. Nel settembre scorso per esempio, il presidente del cda di Caserta Ambiente Antonio Deodati ha sospeso l’elargizione dei 180 ticket che gli costavano 28mila euro al mese (5,29 euro al giorno a lavoratore): sembra infatti che numerosi buoni, nonostante l’assenza di lavoratori per ferie e malattie, non venissero restituiti all’azienda che così non poteva riutilizzarli il mese successivo ma doveva acquistarne un nuovo stock con perdite di migliaia di euro.
Zitti anche i sindacati, ricattati con l’arma delle adesioni che Zampella orienta a suo piacimento. Caso emblematico quello dell’Ugl, sigla cui è iscritto lo stesso coordinatore generale, totalmente assente in Caserta Ambiente nel giugno del 2010, quando partì l’appalto, oggi superpresente con 60 iscritti, molti dei quali neo-assunti; anche la Cgil ha visto aumentare i propri aderenti, mentre le altre organizzazioni preferiscono tacere. In trincea è rimasta una piccola sigla autonoma, la Cisas, che lo scorso luglio ha denunciato le assunzioni clientelari effettuate dalla società; in successivi comunicati, il suo segretario Mario De Florio ha raccontato di bacheche aziendali costantemente private del materiale diffuso dal suo sindacato, di dipendenti che si sono visti ridotti lo stipendio o hanno avuto improvvisi mutamenti di mansione dopo avervi aderito o che sono stati licenziati, è il caso di Giuseppe Izzo, responsabile delle risorse umane. Un clima aziendale pesante e omertoso di cui restano però poche tracce scritte: tra le organizzazioni sindacali e la società non è mai stato siglato alcun accordo circa i turni e gli orari di lavoro, sicché Zampella decide autonomamente chi adibire a determinati incarichi, chi far uscire la notte o il giorno, la domenica, chi insomma deve intascare gli straordinari o i rimborsi chilometrici, il tutto attraverso ordini di servizio incomprensibili  e introvabili nelle bacheche o dati oralmente. Capita così che la domenica, festivo pagato 100 euro, escano solo i suoi parenti o gli amici, che la moglie coordini la raccolta e lo spazzamento nella piccola frazione in cui vive, Casola, e abbia sotto di sé quattro persone, cifra da paesino medio-piccolo, che la figlia e il marito siano adibiti all’oscura raccolta degli ingombranti, che i membri della famiglia Benenati siano assegnati al turno pomeridiano, quello meno impegnativo. 

Antonio Pisani e Marilù Musto